“Ci sono film che non si vedono su di uno schermo. Ci sono scene che sei obbligato a vivere e sulle quali non puoi chiudere gli occhi. Che ti porti dentro e che riaffiorano nei momenti di quiete, oppure, portate da una scintilla casuale. Ogni vita per miserevole che sia è l'unico vero film del quale saremo mai attori e registi. Nel quale non sempre riusciremo a decidere ruoli e finali ma che porteremo sempre con noi, impresso nella memoria più profonda, unica ed esclusiva. Nessuno potrà interpretarci né leggerci bene quanto potremo fare noi stessi che siamo i soli ad avere la visione più ampia e totale delle cose. Il nostro pianto, il nostro dolore, rimangono incisi più a fondo di qualunque altra gioia perché è solo da questi che può nascere la forza di reagire. La nostra carezza più intima sarà il ripercorrere questi fatti scandalosi o tragici con la tenerezza di chi segue fatti destinati ad essere, con la sola certezza che siano inevitabili. Essere per continuare ad essere.”

sabato 16 maggio 2015

Mia Madre

Di Nanni Moretti
Italia, 2015
Margherita e Giovanni sono fratelli, professionisti affermati alle soglie della mezza età. Le loro vite sbandano alla notizia che la madre Ada sta affrontando l’ultima malattia che la porterà alla morte. Ognuno col suo carattere e con le sue debolezze affronterà il verdetto, attraverso un lento percorso di accettazione della fine.
Ultima fatica di Nanni Moretti, presentato a Cannes 2015, “Mia madre” è un dolente spaccato del quotidiano, quando la routine viene intaccata da una diagnosi inoppugnabile. Di fronte alla morte c’è solo la possibilità di accettarne l’evento ma chi può dirsi pronto a misurarcisi? Nevrotica ed impulsiva Margherita, metodico e silenzioso Giovanni, i due si ritrovano al capezzale della madre impegnandosi, ognuno con le sue possibilità, ad accompagnarla con la maggior levità e serenità possibile. Ma non ce la fanno. Entrambi detonano ripiegandosi sull'amore per la madre come se null'altro contasse: Giovanni rinuncia a tutto pur di non perdere un attimo degli ultimi giorni di Ada, come se anche la sua vita finisse con lei. Margherita no. Margherita è stata una cattiva figlia; molto diversa dalla madre, mai completamente compresa. Non è stata in grado di costruire un dialogo e il suo dolore esplode nella realizzazione che non c’è più tempo per recuperare. Sfinita da veglie notturne in Terapia Intensiva, è incapace di trovare argomenti nonostante la madre continui a seguirla con sguardo amorevole come deve aver fatto per tutta la vita. Ma lei non se ne accorge e riversa la sua frustrazione sul lavoro, in estenuanti maratone sul set, di riprese che porta avanti senza convinzione. Il dramma familiare non ferma la vita che scorre intorno, così si ritrova ad averne due: una dentro e una fuori l’ospedale.
Nanni Moretti sa raccontare la morte; l’ha già dimostrato ne “La stanza del figlio” e in “Caos calmo”. Anche questa volta lo fa spiegando l’assenza, il vuoto che rimane dopo che una persona ci lascia. Un figlio, una compagna, un genitore; un’escalation di dolore che si avvita su sé stessa per un ritorno all'origine, nella constatazione che quando il momento arriva, a chi resta, manca la terra sotto i piedi, il punto di riferimento, anche quando il rapporto è stato conflittuale o doloroso. A volte c’è bisogno anche di quel conflitto e di quel dolore per rendere le vite più reali. Margherita Buy riesce a tradurre ancora una volta il pensiero dell’autore, con un’interpretazione di grande sensibilità, confermandosi attrice feticcio di Moretti, in questa pellicola, addirittura suo alter ego.
Un film intenso, fatto di quella normalità che rende la celluloide più vera, alla quale il regista romano ci ha abituato da anni. Questa volta però velato di un’energia positiva che filtra da Ada, inizialmente fragile e confusa ma in un secondo tempo serena; sarà la sua tranquillità a dare ai figli la forza di reagire, suggerita nell'ultima scena da un sorriso di Margherita agli amati libri della madre, anch'essi orfani. Una storia come tante che diventa un momento di riflessione personale e collettivo, nel quale trovano spazio sprazzi comici del tutto contestualizzati perché la vita può essere così, dolce e amara.
Cameo godibilissimo per John Turturro che punta il dito contro la vacuità della società delle immagini.

Commovente. 

martedì 24 marzo 2015

Piccoli così

Di Angelo Marotta
Angelo Marotta, regista romano, racconta in 70’ l’esperienza della prematurità di sua figlia Rita e di altri bimbi, dalla nascita ad oggi.
Ci sono Luca, Ascanio, Rita, Vittoria, Aisha, Laura, Antoine, Arianna, Manuel, ci sono le loro incubatrici, le loro storie e i genitori. Le immagini alternano momenti in T.I.N. (Teapia Intensiva Neonatale) a momenti outdoor, in famiglia, con salti temporali dai primi giorni di vita fino ai 18 anni di Laura e ai 15 di Antoine.
Immagini, testimonianze di persone che hanno visto cambiare la loro vita da un vagito; gravidanze brevi, a volte brevissime che ribaltano ogni legge fisica e generano una vita sconvolgendone molte. Non esistono solo bambini prematuri ma genitori prematuri che devono raccogliere le forze, affidarsi ai medici, a chi crede, in Dio, e sperare e lottare ogni giorno accanto a un esserino che li porterà per mano lungo un percorso ignoto e spaventoso ma che li farà rinascere a vita nuova.
La prematurità può portare a gravi conseguenze, a dolore, a volte alla morte eppure, Marotta sceglie la speranza e pur mantenendo un dialogo sincero offre al pubblico la sua visione: l’incertezza, il dubbio, poi lo stupore e l’amore più grande di ogni immaginabile paura che gli consente di realizzare un documentario asciutto e corretto che diventa leggibile a più livelli. Da un lato le famiglie che hanno vissuto il suo stesso percorso che si rivedranno sullo schermo, in quei giorni; dall’altro, il pubblico ignaro che entra in sala in cerca di verità e varcando quella soglia entra per la prima volta, forse l’unica, in una TIN, accanto ad un’incubatrice, ascoltando quegli allarmi, vivendo quei ritmi con uno stato d’animo che diventa qualcosa di più di quello di un semplice spettatore. C’è tenerezza, spavento, angoscia ma anche gratitudine per aver mostrato senza autocelebrare, un microcosmo nel quale si entra per caso o non si vedrà mai.
C’è di più: i racconti affidati ai genitori vanno oltre la sopravvivenza ed ecco che il focus si sposta su come si sopravvive. Molti bimbi devono solo crescere; per altri non sarà così semplice. Una breve gestazione può comprometterne lo sviluppo e causare ritardi e difficoltà ma quello che rimane, quando si riaccendono le luci è l’immagine di bimbi che, nonostante occhiali o protesi, giocano felici in un prato, continuando a sfidare le dinamiche sociali come hanno già fatto, con quelle della natura. Anche nella disabilità, laddove subentra, c’è normalità ed il dono che queste famiglie hanno ricevuto va condiviso con chi  non potrà mai capire. I bimbi “piccoli così” mettono sotto una nuova lente la vita di tutti i giorni e la mostrano immediata e bellissima per come essa è; non c’è sgomento ma solo gioia di andare avanti e crescere in chi, nei primi mesi, ha già vinto la sfida più grande. Quella con la vita.
Li chiamano i “piccoli guerrieri”. Dev’essere vero.
Tante emozioni in pochi minuti per la pellicola di un regista intelligente che con un buon montaggio riesce a spiegare dinamiche complesse ed a volte imperscrutabili.
Fra i premi raccolti anche il premio Unipol per la distribuzione al Biografilm festival di Bologna. Menzione speciale a Valeria Adilardi che ha creduto nel progetto, producendolo.
Bello.

venerdì 20 marzo 2015

Birdman

di Alejandro Gonzalez Inarritu
USA 2014

Riggan Thomson ha alle spalle un successo planetario come star cinematografica della serie fantastica “Birdman”, un supereroe con costume da uccello che ha stregato il pubblico. Ma questo accadeva negli anni novanta. Dopo l’estasi mediatica, spenti i riflettori, esaurita l’aura iconica, deve fare i conti con alcol e droghe, l’assenza dagli schermi e la consapevolezza che “la sua salute è durata più dei suoi soldi” così, s’imbarca in un’impresa titanica: riscattare la sua carriera portando a Broadway uno spettacolo drammatico, un riadattamento ambizioso di un classico, con attori talentuosi che rischiano solo di fargli ombra. Riggan sfugge alla voce della sua coscienza e vuole dimostrare che ha talento, non solo un costume con le piume.
Ma la strada del successo, quello vero, quello della critica, è lunga e tormentata.
Dal genio di Inarritu, il film premiato con 4 Oscar che parla di spettacolo, di successo ma anche di demoni e di declino. Girato con un mirabolante, unico ed ininterrotto piano-sequenza che porta dentro e fuori il teatro, per le strade di Broadway, sul palcoscenico e nei camerini, è questo un film “nel” teatro “sul” teatro ma anche sulle debolezze umane; la vita dopo il successo, cosa accade a chi l’ha vissuto. Riggan vive all’ombra di una celebrità patinata che non ne ha mai rivelato le doti artistiche e lo spettro di essere stato costruito solo come personaggio ma non aver mai imparato davvero l’arte della recitazione aleggia per tutta la durata del film. Il suo dialogo interiore accompagna tutta la vicenda e il dubbio che parli con un’entità sovrannaturale che fa parte di sé, trasforma la sua vita in un mistero che svela potenti poteri paranormali che non trovano mai una vera manifestazione pubblica. Il suo potere così come il suo talento restano nascosti nel suo e sarà la via della follia ad aiutarlo a sprigionarli. “Birdman” descrive il mondo del teatro per come il pubblico lo immagina, coi suoi veleni, gioie e dolori, la scalata al successo, gli intrighi e le paure  inserendo però l’elemento soprannaturale che lo mostra sotto una luce inquietante, indefinita, tra realtà ed assurdo.
Forse troppo lungo, claustrofobico e a volte lento ma accattivante al punto da far sentire “a casa” grazie anche alla scelta degli attori adeguati ai ruoli: Michael Keaton (Riggan) e Naomi Watts(Lesley) con le loro rughe cinquantenni ed Emma Stone (Sam) col suo incarnato d’alabastro, sotto ogni riflettore. Attori che interpretano attori con storie analoghe tra finzione e realtà, raccontati attraverso una fotografia impietosa che non edulcora i volti scavati né le calvizie incipienti. “Birdman” DEVE mostrare i fatti per come sono e far emergere i fantasmi più reconditi. Lo fa senza troppi patemi, riservandosi un finale surreale.
Campeggia la personalità di Ed Norton, perfetto in ogni circostanza in grado di passare dal ghigno alla dolcezza in pochi secondi grazie al giusto distacco e ad un fascino british  anche se british non è.
Resta qualche perplessità sull’adeguatezza di tanti premi in un film che piace ma non sconvolge, pur rimanendo un’eccellente prova registica.

Bellissima la figura della spietata critica cinematografica che procede come uno schiacciasassi nel processo di purificazione del mondo dello spettacolo dai falsi talenti e che si placherà solo con un tributo di sangue!

venerdì 7 novembre 2014

Nosferatu il Principe della Notte

di Werner Herzog
Germania, '79

Olanda, metà ottocento. L’agente immobiliare Johnatan Harker viene inviato in Transilvania per chiudere un contratto d’acquisto con il Conte Dracula, determinato a trasferirsi nei Paesi Bassi. Durante il viaggio Johnatan si cala in un’atmosfera paurosa dettata dal mistero che aleggia intorno alla presenza del nobiluomo. Determinato a concludere l’affare approderà al castello ma dovrà constatare suo malgrado che le leggende intorno al conte sono vere: il conte è un vampiro di antica stirpe che non esiterà a farne sua vittima prima di solcare il mare per raggiungere l’Olanda e l’amata Lucy, devota moglie di Harker con la quale si è instaurato un singolare legame telepatico. Una volta arrivato, il conte dilagherà per le vie della città come un morbo mefitico e travolgerà con sé giusti e malvagi.
Traendo libera ispirazione dal romanzo “Dracula” di Bram Stoker ed omaggiando il “Nosferatu” di Friedrich Wilhelm Murnau del 1922 Werner Herzog si impegna in un remake che rimane nella storia del cinema. “Nosferatu il principe della notte” è un film asciutto, tetro, con qualche trovata tecnica che oggi fa sorridere come il montaggio del volo del pipistrello ma che mantiene attualissimo il suo messaggio di rottura coi tempi. Herzog vuole realizzare un grande film e ci riesce; nessuno meglio di lui sa trasporre la figura macabra del vampiro in un’ottica tanto umana. Nosferatu risveglia le paure ataviche e lo fa con un’eco dolente di giorni perduti. La sua moderna chiave di lettura apre le porte della paura attraverso le vesti spoglie di un antieroe che atterrisce ma al tempo stesso attrae. Pur mostruoso è romanticamente vulnerabile, tanto da suscitare pietà nello spettatore che ne rimane suo malgrado affascinato, vittima consenziente delle sequenze più violente. Ma la violenza è solo suggerita in un gioco di non visto che lascia tanto spazio all’immaginazione da non avere limiti. Il pubblico come Johnatan Harker viene stregato senza opporsi, prosciugato di ogni volontà, prostrato di fronte alla potenza del “principe della notte”. Mito o leggenda c’è bisogno di credere in qualcosa di spaventoso ma al tempo stesso così umano da permettere una totale identificazione nel pubblico; Herzog dirige un magistrale Klaus Kinski che attinge a tutte le sue doti più introspettive per portare in scena un mito. Se è vero che “non c’è piacere uguale alla paura” [cfr. Clive Barker] è altresì vero che questo vampiro entra sotto pelle come un cancro maligno impossibile da estirpare. Il suo viso tagliato con le luci, emerge dal buio, nelle scene salienti, di lunghi primi piani interamente omaggianti l’estro di Kinski e al mito di Murnau. Klaus accetta la metamorfosi e ci regala il più bel “non morto” della storia del cinema, grazie a un po’ di cerone e pochi artifici. Il suo viso irrompe prepotente sullo schermo come una maschera perfetta che incarna il dolore del mondo: rughe e pieghe autentiche intorno ad enormi occhi espressivi che riescono a guizzare da una lacrima di malinconia a bagliori di lucida ferocia. Non c’è recitazione ma solo immedesimazione per una prova d’attore magistrale per la quale impegna tutta la sua follia nell’interpretare l’essenza dell’angoscia per una vita eterna. I monologhi esplicativi dalla solitudine cosmica all’amore eterno esplodono il concetto di inutilità dell’esistenza laddove vissuta nella ripetizione delle banalità quotidiane ma risultano a tratti ridondanti perché filtrati da un volto perfetto che già attraverso il suo sguardo ipnotico trasmette molto di più. Nosferatu è inquietante e disturba con la sua presenza netta e catartica; il suo incedere lento, le sue movenze eleganti che a tratti diventano animalesche laddove la sete di sangue viene innescata da un gesto anche banale, hanno la magia di una danza. Le mani che non gesticolano ma strisciano intorno agli oggetti, sinuose, con le unghie lunghe e viscide da rapace, sono pronte ad aprirsi in artigli mortali la quale violenza è solo profetizzata. La pellicola trasuda della presenza del vampiro sebbene compaia soprattutto nella prima metà del film, laddove viene creata attesa, angoscia e profetico smarrimento; poi brevi shot in mezzo ad altre sequenze, per ricordare che lui c’è. Nosferatu come presenza in uno specchio senza riflesso, in una stanza vuota, accanto a chi dorme sotto forma di vento leggero; la paura viene insegnata dal primo fotogramma per non lasciar più lo spettatore, per concludere con un finale senza speranza. L’arte del terrore senza mostrare va in aiuto della sceneggiatura che riesce a vivere di quel senso di presagio e di tormento cadenzati dalla colonna sonora cantilenante che ricorda un vento foriero di cattive notizie. La musica come un coro greco a sottolineare i momenti chiave, a cadenzare i battiti del cuore per spingerli sempre più in là catalizzando l’attenzione oltre la consapevole volontà. In questo clima lugubre Herzog inserisce delle figure allegoriche di singolare bellezza: il piccolo violinista testimone della prigionia di Harker e la peste dilagante. Entrambe figure teoriche e non personaggi reali, identificano la coscienza il primo e il male la seconda. La scena del banchetto durante la peste in cui la follia dilaga laddove tutto è ormai perduto, rappresenta la resa degli uomini alla lotta al male; un pasto fra prossimi fantasmi di fronte ad una Lucy che rimane solida nella sua fede e nella sua lotta. E’ lei l’ultimo baluardo ed è a lei che Herzog affida la magia della seconda parte. Stravolgendo i ruoli che Bram Stocker assegnò ai personaggi, il regista gira con camera a mano quasi tutte le scene d’azione per trasmettere un maggior realismo ed instillare la sensazione di preda nello spettatore. Sarà Lucy a guidare la lotta contro il vampiro, unica ad aver realizzato e capito il senso della tragedia che travolge la cittadina, armata solo del suo amore per il marito e della sua fede. Omnia vincit amor; Lucy contro la morte, la luce contro l’oscurità, l’amore puro contro il desiderio. Nella versione di Herzog è l’amore l’unica arma possibile spostando su un altro livello la lotta contro il male; ma poiché il film nasce dal dolore, se il male può soccombere di fronte all’amore è anche vero che l’amore può essere risucchiato da rinnovato male, in una lotta senza soluzione di continuità. L’unica vera forza del film è proprio questa, l’impossibilità di abbassare la guardia e potersi abbandonare ad un rassicurante lieto fine, la certezza che nessun gesto, anche il più estremo, possa essere sufficiente. Nella visione pessimistica del regista non c’è spazio per il romanticismo sebbene vettore delle vicende ed elegante scelta stilistica. Un film intelligente ed appassionato sull’esistenzialismo, unico nel suo genere così viscerale e coinvolgente come il suo protagonista. Nosferatu è la più bella dichiarazione d’amore che possa esistere e al tempo stesso una pesante richiesta d’aiuto da parte di chi non riesce più a vivere in un mondo fatto di “futili cose”. La condanna del mostro non è la solitudine ma la banalità e l’impossibilità di vivere un’esistenza più piena fermando il tempo. La denuncia di Herzog è attuale ancora oggi a trent’anni di distanza perché c’è immedesimazione tra il suo Conte ed ognuno di noi, oltre che sé stesso. Il connubio tra il regista e Kinski permette di mettere in scena la magia di una perfetta rappresentazione delle umane miserie come nella scena chiave del banchetto.  Prendendo in prestito le atmosfere dei pittori fiamminghi si ha una rappresentazione teatrale armoniosa e compenetrata dello spirito dell’epoca. Lo scenario naturale della cittadina tedesca di Delft rimanda ad un clima da operetta mentre l’incubo viene fatto serpeggiare libero come le centinaia di topi che ne invadono le strade. Per sua stessa ammissione, “Nosferatu il principe della notte”  è il primo film che “va oltre la sua persona” perché impone a Herzog delle regole necessarie per farne il remake perfetto dopo sessant’anni. Con esso viene stabilito un legame tra il Grande Cinema degli anni venti e l’espressionismo tedesco dei primi anni ottanta. Prelevando movenze dal cinema muto degli anni venti e surclassando il lungo elenco di pellicole dedicate all’elegante conte Dracula, infatti, Herzog compone a 35 anni un’opera unica per finezza stilistica e semplicità espressiva. Come il suo mostro va in scena senza troppi fronzoli, la sua regia è limpida ed alterna scene lugubri ad altre aperte e luminose, come estrema sintesi della vicenda d’amore e morte che narra.
Nonostante l’istrionica presenza di Klaus Kinski è doveroso ricordare gli altri protagonisti: una Isabelle Adjani di rara bellezza, luminosa, eterea, botticelliana ma anche cupa e determinata, moderna eroina pronta a tutto pur di sconfiggere il male e Bruno Ganz che riesce a rimanere tra le righe per tutto il film interpretando il ruolo del principe coraggioso, ma in grado di emergere improvvisamente in un geniale colpo di coda che raggela.

Commovente, profondo, potente, romantico: un capolavoro senza tempo.

martedì 24 giugno 2014

Maleficent

di Robert Stromberg
USA, 2014

La vera storia de “La bella addormentata nel bosco” vissuta dal punto di vista della strega Malefica. Una nuova prospettiva e soprattutto nuove conclusioni e retroscena. I buoni non sono poi così bravi e i cattivi, in fondo, hanno un cuore più tenero del previsto.
La Walt Disney mette a segno un nuovo record di incassi con questa favola epica densa di creature fatate, re potenti e principesse in pericolo. La brughiera misteriosa ospita la più potente delle fate, Malefica che delusa e tradita dall’amore si trasforma in una strega malvagia finchè…
Ancora una volta una riedizione in chiave moderna di un classico per le famiglie non tanto gotico ma abbastanza, da rivolgersi ad un target dai pre-adolescenti in poi. La computer grafica fa miracoli ancora una volta regalando una fotografia da vera favola e riuscendo a trascinare lo spettatore sulle ali della fantasia e non solo. La versione 3D promette brividi ma soprattutto vertigini. Le immagini botticelliane degli abitanti del bosco tripudiano nei controluce di Maleficent oltre le nuvole, ma la sincera verità è che il film brilla della stella di Angelina Jolie, bellissima e altera nonostante i tratti deformati. Il suo personaggio fiero ed elegante, giustifica la ferocia che la trasfigura poichè tradita nel sentimento più dolce e profondo. La sua vendetta che esplode nella scena del maleficio alla principessa, vale tutto il film per perfezione espressiva ed esattezza di tempi scenici; purtroppo dura troppo poco e il film si sbrodola in lungaggini ed immelensimento della stessa Malefica che diventa oltremodo buona. Troppo.
La dark side di ogni spettatore non è appagata da quest’inversione di tendenza e la delusione c’è; cosi come non convince Elle Fanning come Principessa Aurora, al limite dell’ebetismo. Ancora peggio gli altri interpreti dalle fatine troppo ridicole al principe Filippo che così imbranato non se lo ricordava nessuno.
Bella la figura del re Stefano, devastato dall’arrivismo e dall’ambizione.
I costumi in pelle di serpente, latex e quant’altro meritano una menzione, così come le favolose ali della strega che vivono di vita propria. Piccole chicche che ricordano però altre cattive doc quali Catwoman e gli X-Men, ad esempio. Le ispirazioni ad altri fantasy ci sono e molte: dalle citazioni di Fantasia ai Barbalberi del Signore degli Anelli, l’elenco è lungo.
Per quanto concerne il messaggio disincantato dove “non si vive più felici e contenti” con la famiglia e per il quale “l’amore vero non esiste”, potremmo sollevare qualche dubbio perché se è giusto non indorare la pillola alle generazioni future è anche giusto lasciargli almeno qualche speranza.
Maleficent è una rappresentazione teatrale con qualche ombra ed alcune luci fra le quali, la  più fulgida, lo sguardo perfido della sua protagonista.

Così-così. 

sabato 31 maggio 2014

Sacro GRA


Italia, 2013
Di Gianfranco Rosi

Sacro GRA è il primo documentario ad aver vinto il leone d’oro alla 70° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e il primo film italiano ad esser stato premiato dal 1998.
Girato da Gianfranco Rosi, salito alla ribalta nell'ultimo decennio, che ne firma anche la sceneggiatura, è la prima vera fotografia di quanto graviti intorno alla capitale d’Italia.
Si tratta di brevi shots montati in alternanza tra loro che ritraggono la storia di personaggi legati al Grande Raccordo Anulare: prostitute, sfollati, pescatori e studiosi, ognuno interpreta sé stesso in un’antologia di esperienze autentiche e senza filtri. La macchina da presa si sposta da una vita all'altra rimanendo ancorata al filo rosso dell’anello carrabile più grande d’Italia che spezza le storie col suo lento fluire, come un fiume continuo di automobili, luci, suoni. Nell'altalena di emozioni che coinvolge i protagonisti, la sola costante è la visione ipnotica del raccordo col suo potere catartico, una pausa nella vita, un’interminabile, costante movimento di massa. L’opera di Rosi affascina visivamente chi è estraneo ai fatti e rievoca ricordi familiari a chi lo conosce; da romano non si può che provare affezione verso la rappresentazione inedita e significativa di una realtà che ci rappresenta, indubbiamente meno romantica ma ugualmente imponente nella sua concretezza. Rosi ha il pregio di esser riuscito a tradurre in poesia un incubo quotidiano che appartiene a tutti gli abitanti di Roma; ci scorre nelle vene come sangue e come tale è necessario ed indissolubile. Il GRA taglia dentro e fuori vite ed emozioni, tracciando un confine violento tra la Roma d’amare e quella drammatica dei dimenticati. Non c’è nessuna Grande bellezza nel messaggio di questa pellicola che lascia un segno più eloquente di tante altre alchimie, raccontando la vita con una narrazione poco lineare, sì ma magnetica che merita sicuramente il premio.
Per gli abitanti di Osteria del Curato, sarà come sentirsi a casa seguire le storie di via Campo Farnia.

venerdì 23 maggio 2014

American hustle

USA 2013

Irving Rosenfeld, imbroglione di professione, è cooptato da un agente dell’FBI per collaborare ed aiutarlo a smascherare un giro di corruzione a sfondo mafioso. Sydney Prosser è la sua partner criminosa che  sconvolgerà gli equilibri.
La rievocazione seventies è perfetta e richiama atmosfere di nostalgica frenesia. Il racconto dell’inganno si snoda lento e sincopato, a volte ridondante, con qualche buco di sceneggiatura e lungaggine di troppo; ma l’accuratezza dei costumi e dell’ambientazione ci rimanda a tempi andati in cui, forse, le vicende si svolgevano davvero così. Di certo, così venivano girati i film; video patinati, capigliature fonate e tanto, tanto glamour! Una messa in scena fantastica.
Altrettanto magnifico è Christian Bale, col suo più che astuto lestofante dal “riportino” come “Tallone d’Achille”. Nevrotico, paranoico, calcolatore, indecoroso ai limiti della decenza, sbattuto sullo schermo così com’è, senza paura di mostrarsi, abbietto e patetico. La prima sequenza, nella quale ci viene presentato, non può che  rimandarci ad un arguto parallelo: l’omuncolo che si dedica all’accurata architettura della pettinatura, nel disperato tentativo di nascondere la calvizie incipiente che lo affligge, per poter vestire con maggior credibilità i panni del boss ha lo stesso sguardo compiaciuto di Patrick, folle omicida in “American Pshyco”. La preparazione mattutina, la voce fuori campo che descrive i singoli passaggi sono identiche ma siamo agli antipodi; goffo e sgraziato l’uno, bello come il sole l’altro. Patrick si prepara con maniacale dedizione in un appartamento fantastico che guarda Manhattan mentre Irving lo fa in un albergo senza nome. Se il primo si galvanizza alla luce della sua mente malata, curando il corpo come un tempio per prepararlo al contatto col mondo, il secondo lo fa difendendosi dallo scherno, confrontandosi in solitudine col suo fisico sfatto. Bale interpreta entrambi con uguale accuratezza e precisione mettendo in Irving tutta l’umanità che non può concedere a Patrick, intriso di follia. Una prova d’attore fantastica che parte dal fisico per modellare l’anima, dedicata però ad un film che lo tira a fondo, impedendogli di mietere premi.
Sullo sfondo, una storia d’amore che sdogana tutti i personaggi in un finale di assoluzione corale in cui la grande menzogna finisce per rivelarsi plateale cinismo ed ognuno vomita la sua verità senza appello.

Omnia vincit amor… davvero?